L’automazione dei rapporti contrattuali

L’attuale sviluppo tecnologico sta determinando sempre più nuove applicazioni dell’innovazione negli ambiti operativi più diversi. Un radicale cambiamento del punto di vista sia della vita quotidiana sia dell’attività professionale.
Le applicazioni di sistemi dotati di cosiddetta intelligenza artificiale stanno cominciando a fare il loro ingresso anche in ambito giuridico, con particolare riferimento al settore contrattualistico. Infatti, lo sviluppo di sistemi informatici altamente sicuri, decentrati e trasparenti stanno sempre più prendendo piede come nuovi strumenti per la gestione dei rapporti contrattuali.
In quest’ottica si inseriscono gli smart contract, ovvero protocolli informatici con i quali possono essere automatizzati, attraverso una scrittura crittografica digitale, alcuni elementi di un rapporto contrattuale.
Il termine “smart contract”, in particolare, è stato coniato negli anni ’90 da Nick Szabo, un informatico statunitense, che scrisse: “L’idea di base dello smart contract è che molti tipi di clausole contrattuali (come la garanzia, l’assunzione dell’obbligazione, la delimitazione di un diritto di proprietà, ecc.) possono essere incorporati nell’hardware e nel software che trattiamo, in modo da rendere la violazione del contratto costosa (se desiderato, addirittura proibitiva) per il soggetto inadempiente” (Nick Szabo “Formalizing and Securing Relationships on Public Networks”, 1997).
In altre parole, all’interno di uno schema causale atomizzato, riferibile allo schema informatico if/then, il software è in grado di eseguire autonomamente i termini dell’accordo.
Le prime forme di smart contract, o meglio le prime forme di automazione di rapporto contrattuale, ad esempio, le ritroviamo nei software di gestione dei distributori automatici i quali all’indicazione della bevanda e al pagamento della stessa (if) segue in maniera automatica la consegna del bene acquistato (then).
Come detto, l’attuale spinta tecnologica ed evoluzione informatica ha permesso uno sviluppo evidente di questo strumento sino a divenire l’ingranaggio principale del c.d. sistema blockchain, ampiamente sfruttato nei mercati di scambio valuta informatica (le c.d. cryptovalute).
La blockchain è bene ricordare che è un registro condiviso e immutabile che facilita il processo di registrazione delle transazioni e di tracciamento degli asset in una rete di business.
Data la sempre più ampia diffusione di detti sistemi informatici e il potenziale utilizzo diversificato nei vari settori degli affari, i legislatori hanno cominciato a prevedere norme che possano definire al meglio nei propri ordinamenti tali strumenti tecnologici.
L’Italia è uno dei paesi che ha introdotto nel proprio ordinamento una definizione normativa e istituzionale di smart contract e “tecnologie basate su registri distribuiti”.
Infatti, con il “Decreto Semplificazioni” (D.L. 14 dicembre 2018, n. 135, convertito in legge con L. 11 febbraio 2019) n. 12, è stata introdotta nel nostro ordinamento la definizione di smart contract: “Si definisce “smart contract” un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse ()”.
E’ bene precisare che nella definizione sopra riportata il termine esecuzione deve essere inteso come mera “esecuzione” di un comando informatico, posto che nel nostro ordinamento (come anche nella stragrande maggioranza degli ordinamenti giuridici) ciò che definisce un contratto è l’incontro della volontà delle parti (l’accordo) e non solo il mero adempimento dell’obbligazione (l’esecuzione).
Dunque, una volta definito l’accordo tra le parti, lo smart contract potrà essere utilizzato come mezzo per l’esecuzione di una (o più) prestazioni, oggetto del contratto, che possano rientrare in quello schema if/then tipico del linguaggio informatico degli smart contract.
Rapidissimo cenno deve farsi alla discussione interna a dottrina e giurisprudenza in relazione alla associabilità o meno degli smart contract al regime dei contratti, infatti, non tutti i profili giuridici che legano le parti in un contratto sono disciplinabili in maniera automatica: laddove si vada ad inserire il giudizio, necessario per capire se un’obbligazione è stata adempiuta correttamente o meno, ecco che l’automatismo rischia di risultare un po’ troppo semplicistico.
Per tali motivi, nell’utilizzo degli smart contract entrano in gioco le figure intermediarie sia del professionista legale sia del professionista informatico che in sinergia dovrebbero individuare quelle parti dell’accordo rientranti nello schema if/then e poi tradurre nel linguaggio informatico tale parte. Con riserva del professionista legale (avvocato, notaio ecc.) di garantire la maggiore chiarezza e salvaguardia dei diritti delle parti per quanto attiene tutta la parte dell’accordo che, per comodità, definiremo off chain e che regolamenterà i rapporti delle parti sul piano giuridico (e reale).