Cassazione 08 ottobre 2020 n. 27993

In tema di reati edilizi, qualsiasi intervento su una costruzione abusivamente realizzata, ancorché l’abuso non sia stato ancora represso, integra un nuovo costituendo, di fatto, una ripresa della condotta criminosa originale. La Suprema Corte, dunque, torna nuovamente a chiarire la rilevanza penale degli interventi effettuati su una costruzione abusiva in occasione di un impugnativa avanzata dalla Procura di Arezzo avverso una decisione del Tribunale del Riesame aretino. In particolare, secondo la prospettazione accusatoria ante il Tribunale del riesame, l’indagato (a cui venivano ascritti i reati di cui agli art. 44 lett. b) D.P.R. n. 380 del 2001 (capi 1 e 2) e 659 cod. pen. (capo 3) ) che aveva la disponibilità un terreno, in forza di una delibera del Comune di Arezzo, proprietario del terreno, avrebbe realizzato reiterati interventi di modifica e adeguamento di una pista di motocross per competizioni di tipo agonistico, di 1.100 metri di lunghezza e 34 metri di larghezza, rendendo così definitivo il mutamento della destinazione urbanistica di un suolo agricolo in un impianto sportivo scoperto, agendo peraltro su un’opera, la pista, a sua volta illegittima, perché realizzata nel 1992 in assenza di un valido titolo autorizzativo. Nella veste di gestore del predetto impianto, inoltre, l’imputato avrebbe causato frequenti rumori, fumi, schiamazzi e odori molesti che arrecavano disturbo al riposo e alle occupazioni dei residenti nella frazione di Ponte alla Chiassa del Comune di Arezzo, fatti ivi accertati quantomeno dal 2016 ad oggi. La detta tesi veniva rigettata dal Tribunale del riesame posto che non riteneva sia penalmente irrilevanti le opere successive, in quanto consistite esclusivamente in interventi di manutenzione e di livellamento della pista sia non meritevole di approfondimento la questione sulla legittimità del titolo autorizzatorio rilasciato dal Comune di Arezzo nel 1992. La Corte di Cassazione dalla ricostruzione del caso sia sotto il profilo fattuale sia sotto il profilo di diritto, sottolineava, per quanto riguarda le contestazioni all’indagato per il reato di cui all’art. 44 lett. b) D.P.R. n. 380 del 2001 (capi 1 e 2), come il Tribunale del riesame avesse erroneamente valutato la circostanza relativa al titolo con cui dell’indagato ha avuto la disponibilità del terreno oggetto dell’abuso edilizio. Infatti, i giudici di legittimità rilevavano che il titolo autorizzatorio sul terreno fosse provvisorio, quindi, del tutto illegittimo per un utilizzo che potesse essere diverso dalla destinazione agricola dello stesso. L’opera, ovvero la pista da motocross, era del tutto un’opera abusivamente realizzata. Alla luce di ciò la S.C., aderendo ad un già confermato orientamento giurisprudenziale, rilevava che gli interventi edilizi, cosi come previsti dalla normativa in materia, presuppongono che l’edificio su cui si interviene sia stato costruito legittimamente. Quindi, una qualsiasi opera su una costruzione abusivamente realizzata, anche se si tratta di opere di mera manutenzione ordinaria, determinano la reiterazione di una condotta illecita ed integrano un nuovo reato. In altri termini, qualsiasi intervento effettuato su una costruzione realizzata abusivamente, ancorché l’abuso non sia stato represso, costituisce una ripresa dell’attività criminosa originaria, che integra un nuovo reato, anche se consista in un intervento di manutenzione ordinaria, perché anche tale categoria di interventi edilizi presuppone che l’edificio su cui si interviene sia stato costruito legittimamente. La S.C., ancora, accertato il possesso illegittimo del terreno da parte dell’indagato accoglieva le doglianza della Procura aretina in ordine all’ascritto reato di cui all’art. 659 cod. pen. (capo 3). Per tali ragioni, la Corte di Cassazione annullava l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Arezzo per nuovo esame.

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