Misure sull'economia circolare:
recepimento delle nuove direttive europee

Il Parlamento Europeo e il Consiglio Dell’unione Europea, nel 2018, hanno varato un pacchetto di Direttive con il quale si sono poste le linee guida per gli Stati membri per una transizione verso uno modello economico sostenibile e di minore impatto ambientale.
In particolare, sono:
Direttiva (UE) 2018/849, che modifica le direttive 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso, 2006/66/CE relativa a pile e accumulatori e ai rifiuti di pile e accumulatori e 2012/19/UE sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche;
Direttiva (UE) 2018/850, che modifica la direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti;
Direttiva (UE) 2018/851 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018, che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti;
Direttiva (UE) 2018/852 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018, che modifica la direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio.
Il nuovo assetto normativo proposto dall’UE rafforza la “gerarchia dei rifiuti” imponendo agli Stati membri l’adozione di misure specifiche che diano priorità alla prevenzione, al riutilizzo e al riciclaggio rispetto allo smaltimento in discarica e all’incenerimento, con l’obiettivo di far diventare realtà l’economia circolare.
Come per tutte le direttive dell’UE, queste, devono essere recepite dagli Stati membri con propria legge o atto avente forza di legge. Il termine di recepimento delle dette direttive era fissato al 5 luglio 2020.
Negli ultimi mesi, il Parlamento italiano è al lavoro nella stesura degli schemi di Decreto legislativo per il recepimento di questo nuovo corpus normativo. Ma, in considerazione dell’emergenza COVID-19, il termine fissato per il recepimento è stato posticipato al 5 ottobre 2020 (vedi legge 24 aprile 2020, n. 27 di conversione del DL 18/2020).
Ad oggi, i lavori preparatori del Parlamento, secondo le fonti ufficiali, sono giunti ad un’approvazione in via definitiva presso la Commissione Ambiente della Camera degli schemi di Decreto legislativo relativi al recepimento della direttiva (UE) 2018/849 (in particolare le disposizioni di cui agli artt. 1 e 2 della direttiva).
Invece, ante le commissioni legislative competenti del Senato sono ancora in fase di istruttoria gli schemi di recepimento delle (UE) 2018/850, (UE) 2018/851 e (UE) 2018/852.
Le proposte di modifica sono numerose ed un’analisi di tutte potrebbe offuscare una lettura di sintesi che qui si intende qui offrire, rinviando ad altri lavori per maggiori approfondimenti.
Per tale ragione, ci si soffermerà su alcune proposte contenute nell’atto di Governo 169, recante “Attuazione della direttiva (UE) 2018/851, che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti, e della direttiva (UE) 2018/852, che modifica la direttiva 1994/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio”.
I commi 8 e 9 dell’art. 1 della bozza di schema propongono la modifica alle definizioni di rifiuti (art. 183 D.Lgs. 152/2006) e classificazione degli stessi (art. 184 D.Lgs. 152/2006). Il comma 8 dell’art. 1 dello schema di decreto introduce le definizioni di “rifiuto urbano”, “rifiuto non pericoloso”, “rifiuto da costruzione e demolizione” e altre ancora non presenti nell’attuale testo dell’art. 183 del Testo unico dell’ambiente. Vengono poi modificate le definizioni di “rifiuto organico”, “gestione dei rifiuti”, “deposito temporaneo prima della raccolta” e “compost di qualità”.
Il comma 9 dell’art. dello schema di decreto, invece, modifica l’art. 184 in base al quale i rifiuti sono classificati, secondo l’origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, secondo le caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi. In conseguenza dell’introduzione nell’art. 183 della lettera b-ter), recante l’elenco dei rifiuti urbani, al comma 2 dell’art. 184 viene eliminato tale elenco dei rifiuti urbani, specificando ora che i rifiuti urbani sono quelli indicati all’articolo 183, comma 1, lettera b-ter).
La norma in esame sostituisce, inoltre, il comma 3 dell’art. 184 che elenca i rifiuti speciali, riportando in sostanza quanto già previsto dalla disposizione vigente, ed includendo nei rifiuti speciali i rifiuti prodotti dalla silvicoltura e della pesca, escludendo i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti e i rifiuti derivanti da attività sanitarie, e specificando, inoltre, che sono inclusi i rifiuti da lavorazioni industriali, i rifiuti da lavorazioni artigianali, i rifiuti da attività commerciali e i rifiuti da attività di servizio se diversi da quelli di cui al comma 2, lettera b).
Dalla lettura delle modifiche apportate ai due articoli del T.U. ambiente, però, occorre evidenziare un potenziale e pericoloso vuoto normativo.
Infatti, per effetto delle suddette modifiche, i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti parrebbero essere esclusi dall’inquadramento normativo di cui agli artt. 183 e 184 D.Lgs.
In altre parole, parrebbe che i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti non vengano più considerati come rifiuti, posto che non rientrerebbero né nella categoria di rifiuto urbano né in quella di rifiuto speciale (categoria in cui rientrano con il testo vigente dell’art. 184 D.Lgs. 152/2006).
E’ opportuno ricordare che i rifiuti sono classificati secondo l’origine (rifiuti urbani e rifiuti speciali) e secondo le caratteristiche di pericolosità (rifiuti non pericolosi e rifiuti pericolosi). Detta classificazione si rende necessaria per individuare l’adeguato sistema sia di conferimento sia di trattamento del rifiuto.
Infatti, i rifiuti urbani vengono gestiti dalla pubblica amministrazione sulla base dei contributi fiscali derivanti dalle imposte comunali sul servizio, mentre, i rifiuti speciali sono gestiti e smaltiti da aziende autorizzate allo smaltimento.
Alla luce della assenza dei rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti nelle categorie di legge, questi non potrebbero essere oggetto di appropriata gestione e smaltimento e in considerazione della rilevante quantità di rifiuti del genere ciò determinerebbe un potenziale nocumento per i cittadini.
Tale modifica, oltretutto, appare lontana dalle indicazioni di cui alla Direttiva 2018/851/CE che non modifica le disposizioni in materia di rifiuti speciali. La stessa direttiva indica, inoltre, che gli Stati membri debbano provvedere a che i rifiuti prodotti da grandi attività commerciali e industriali non rientrino nell’ambito di applicazione della nozione di rifiuti urbani, ma debbano essere inquadrati nell’altra categoria, ovvero quella dei rifiuti speciali.
Le superiori perplessità sono state rilevate sia dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome sia da diversi studiosi ed esperti durante le fasi istruttorie dello schema di Dl.Lgs. nelle Commissioni legislative competenti.
E’ auspicabile, tenuto conto degli obiettivi di tutela delle direttive europee, che nel prosieguo dell’istruzione e della formazione del D.Lgs. di attuazione della direttiva sia colmato questo vuoto normativo, magari, reintroducendo i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti nella categoria dei rifiuti speciali così come previsto dal testo attuale e vigente dell’art. 184 D.Lgs. 152/2006.