Consiglio di Stato 14 dicembre 2020 n. 8004

Il potere di autotutela della P.A., data la sua natura discrezionale, risponde ad un onere motivazionale da cui ne deve discendere un’attenta analisi dei fatti e delle ragioni per cui è esercitato, al fine di rendere certo il maggior interesse pubblico rispetto al mantenimento del contrapposto interesse privato.
Questo è quanto statuito dal Consiglio di Stato con la sentenza del 14 dicembre 2020 n. 8004, relativa proprio all’esercizio del potere di annullamento d’ufficio da parte della pubblica amministrazione.
Il principio di cui sopra è tratto da un procedimento di appello iniziato dal comune di Triggiano avverso una sentenza con la quale il T.A.R. per la Puglia aveva accolto il ricorso, proposto dall’attuale parte appellata, per l’annullamento della determinazione dirigenziale di revoca di certificato sostitutivo della concessione di condono rilasciata alla dante causa della stessa appellata, con contestuale ingiunzione a demolire il manufatto cui l’atto in questione faceva riferimento.
Il giudice di prime cure ha ritenuto dirimente il lasso di tempo intercorso tra l’esercizio dell’autotutela e il provvedimento che ne costituisce l’oggetto, pari ad oltre dieci anni, tenuto conto altresì che l’abuso sarebbe stato realizzato addirittura nel 1982. La revoca, inoltre, mancherebbe di motivazione in punto di pubblico interesse prevalente, invocando vincoli dichiaratamente successivi alla realizzazione della costruzione stessa.
Il Comune ricorrente sviluppava la propria critica alla sentenza impugnata in due distinte parti, delle quali quella rubricata sub II di sostanziale riproposizione delle censure già avanzate nel ricorso di primo grado. Nella prima parte, invece, richiamava il quadro normativo dal quale deriverebbe l’inedificabilità assoluta della zona di cui è causa, ed in particolare l’art. 51, comma 1, lett. h) della l.r. n. 56 del 1980, che vieta qualsiasi intervento edilizio nella fascia di m. 200 dalle gravine, e si colloca in epoca anteriore a quella -incontestata tra le parti-di avvenuta realizzazione dell’abuso.
L’errore contenuto nella “certificazione della concessione di condono” sarebbe stato indotto dalla parte che non ne avrebbe evidenziato la sussistenza, con ciò dando luogo ad una declaratoria falsa.
L’appellata, costituendosi in giudizio, nel merito, ribadiva la totale mancanza di istruttoria e di motivazione del provvedimento avversato, dal tenore letterale del quale non sarebbe dato neppure evincere l’esatta ubicazione del manufatto, descritta con riferimento alla “parte terminale del letto alluvionale”, che peraltro è cosa ben diversa dall’assai più enfatico “cuore dell’alveo della lama”.
Ciò sarebbe da ascrivere all’avvenuta redazione del provvedimento senza alcuna effettiva visualizzazione dello stato dei luoghi, che pertanto veniva richiesta a questo giudice sub specie di verificazione o accertamento tecnico a discrezione di altra natura.
Il collegio, esaminati i fatti, si sofferma lungamente in merito ai presupposti dell’esercizio da parte della P.A. del potere di autotutela.
In particolare, i giudici rilevavano che l’annullamento d’ufficio di un provvedimento deve essere sempre motivato. E’ onere, infatti, della P.A. dimostrare, o comunque, rendere chiara, sia sotto il profilo logico sia di diritto, la supremazia dell’interesse pubblico alla rimozione dell’atto.
Come già ribadito dallo stesso CDS, con la sentenza n. 5393/2020, la P.A. deve sempre motivare il proprio intervento, soprattutto in relazione a provvedimenti di natura edilizia, tenuto conto della rilevanza dell’interesse di tutela dell’ambiente insito nell’esercizio dell’attività edilizia.
Sulla scorta di tali presupposti, per il CDS il potere di autotutela della P.A., data la sua natura discrezionale, risponde ad un onere motivazionale da cui ne deve discendere un’attenta analisi dei fatti e delle ragioni per cui è esercitato al fine di rendere certo il maggior interesse pubblico rispetto al mantenimento del contrapposto interesse privato.
Pertanto, il Consiglio riteneva che l’appello doveva essere respinto e per l’effetto doveva essere confermata la sentenza del T.A.R. per la Puglia.

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