Corte di Cassazione 20 gennaio 2021 n. 2261

Gli interventi edilizi, in regime di attività edilizia libera, a prescindere dalla tipologia di materiale impiegato, devono rispondere ad esigenze contingenti, temporanee e devono essere destinati ad essere rimossi entro il termine di 180 giorni.
Questo è quanto statuito dalla Corte di Cassazione con la recente sentenza 20 gennaio 2021 n. 2261 in riferimento ad opere realizzate in regime di attività edilizia libera.
L’arresto giurisprudenziale è tratto da un procedimento di impugnazione di una sentenza della Corte di Appello di Napoli nella quale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Napoli, ha dichiarato estinto, ai sensi dell’art. 181 comma 1 quinquies del D.Lgs. n. 42 del 2004, limitatamente alla struttura in alluminio indicata nell’autorizzazione paesaggistica n. xxx, la contravvenzione paesaggistica e ha rideterminato la pena, in mesi uno e giorni 20 di arresto e € 45.000,00 di ammenda, in relazione al reato di cui all’art. 44 lett. c) del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 181 comma 1 del D.Lgs. n. 42 del 2004, artt. 83, 95, 64,71, 65 e 72 del D.P.R. n. 380 del 2001, per avere, quale committente, realizzato nella propria struttura recettiva, senza permesso a costruire, in violazione della normativa antisismica, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, un locale in muratura di mq. 50, uno sbancamento di terrapieno di mq. 50, una struttura in alluminio anodizzato con copertura in tenda scorrevole elettrica e chiusura perimetralmente con tenda in plexiglass con installazione di pedana in legno di mq. 70.
Il ricorrente fondava la propria impugnazione su due motivi, ovvero l’erronea esclusione da parte del giudice di secondo grado delle attività di ripristino dello stato dei luoghi poste in essere quali cause estintive del reato e l’erronea valutazione della tensostruttura come manufatto dalle caratteristiche costruttive stabili e non smontabile.
La S.C., esaminati gli atti, dichiarava inammissibile il primo motivo poiché riposizione di censure di fatto non esaminabili dai giudici di legittimità.
Per quanto riguarda il secondo motivo, ovvero l’erronea valutazione delle caratteristiche e finalità costruttive della tensostruttura, i giudici della Corte di Cassazione ritenevano anche questa censura inammissibile perché meramente ripetitiva della analoga doglianza già devoluta al giudice di secondo grado, che aveva correttamente respinto.
La S.C., infatti, si sofferma e chiarisce che in tema di tensostrutture ha più volte statuito che sono opere realizzabili in regime di attività edilizia soltanto se funzionali a soddisfare esigenze contingenti, temporanee e destinate ad essere rimosse entro centoottanta giorni (novanta nel previgente regime), essendo irrilevante la tipologia dei materiali impiegati per la loro edificazione.
Come già espresso dalla stessa Corte con la sentenza n. 37235/2020, il concetto di temporaneità delle costruzioni, infatti, deve essere correlato al soddisfacimento di un’esigenza limitata nel tempo ed eccezionale rispetto allo standard di normalità. In altre parole, per poter invocare la temporaneità dell’intervento edilizio questo deve essere posto in essere per far fronte al verificarsi di una breve ed eccezionale esigenza.
Pertanto, gli interventi edilizi, in regime di attività edilizia libera, a prescindere dalla tipologia di materiale impiegato, devono sempre rispondere ad esigenze contingenti, temporanee e devono essere destinati ad essere rimossi entro il termine di 180 giorni, così come stabilito dal novellato art. 6, comma 1, lett. e) bis, D.P.R. 380/2001.
Alla luce delle superiori considerazioni, la Corte di Cassazione riteneva inammissibile il ricorso e condannava il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al pagamento di € 3.000 in favore della Cassa delle Ammende.