Consiglio di Stato 11 maggio 2021 n. 1012

Per l’accertamento dell’esercizio della professione di avvocato in modo effettivo, continuativo e prevalente non sarà più richiesta la prova di aver trattato almeno cinque affari (giudiziali) per ciascun anno.
Questo è il risultato della prossima abrogazione della lettera c) dell’articolo 2, comma 2 del decreto del Ministro della giustizia 25 febbraio 2016, n. 47, per effetto del nuovo regolamento del Ministro del Giustizia concernente modifiche al decreto del Ministro della giustizia 25 febbraio 2016, n. 47 su cui il Consiglio di Stato, in sezione Consultiva, ha reso parere favorevole.
L’abrogazione della norma citata è susseguente ad una procedura di infrazione comunitaria avviata dalla Commissione Europea per violazione dell’articolo 59, par.3, della direttiva 2005/36/CE e dell’articolo 49 TFUE, nonché dell’articolo 15, par.3, in combinato disposto con l’articolo 15, par.2, lettera a), della direttiva 2006/123/CE.
Per la Commissione Europea, la lettera c) dell’articolo 2, comma 2 del decreto del Ministro della giustizia 25 febbraio 2016, n. 47 – laddove stabilisce che l’avvocato debba trattare “almeno cinque affari per ciascun anno, anche se l’incarico professionale è stato conferito ad altro professionista” (articolo 2, comma 2, lettera c),) – appare come una prescrizione fortemente limitativa dell’esercizio della professione di avvocato, posto che non prende in considerazione la molteplicità di ambiti professionali disponibili sia in Italia sia in altri Stati membri dell’UE, in cui gli avvocati potrebbero prestare i loro servizi in modo temporaneo o permanente nell’esercizio dei diritti loro conferiti dalle direttive 77/246/CEE e 98/5/CE.
Alla luce dell’apertura di tale procedura d’infrazione le autorità italiane hanno, in diverse interlocuzioni con la Commissione Europea, esposto le ragioni sottese alla norma “impugnata”, attribuendo la severità della norma a ragioni di tutela degli interessi individuali e pubblici sui quali la professione è destinata ad incidere e che l’alto profilo professionale dell’avvocato non può che discendere dal lavoro effettivamente svolto con continuità, non essendo sufficiente il solo espletamento dell’obbligo di formazione continua o la titolarità dei mezzi necessari all’esercizio della professione (studio, utenza, etc.) e di una adeguata copertura assicurativa.
La Commissione Europea, nell’analisi delle motivazioni poste dalle autorità italiane, ha ritenuto che non vi fosse alcun nesso tra l’obbligo di trattare almeno cinque affari per ciascun anno e la garanzia del corretto esercizio della professione di avvocato, risultando del tutto inadeguato come mezzo per perseguire l’obiettivo di tutela dei destinatari dei servizi del professionista.
La Commissione rammentava, inoltre, che l’obiettivo di assicurare che un professionista sia in grado di esercitare la professione in modo adeguato è già perseguito tramite l’imposizione di determinate qualifiche professionali come condizione per l’accesso alla professione di avvocato come pure di norme deontologiche applicabili alla professione. La Commissione osservava, ancora, che, se l’obiettivo è assicurare il continuo sviluppo professionale degli avvocati come mezzo per il mantenimento della competenza, imporre agli avvocati che esercitano la professione di seguire regolarmente corsi di formazione continua ai fini dell’aggiornamento delle competenze costituirebbe una misura più proporzionata rispetto a quanto disposto dalla norma contestata.
Alla luce di tali argomentazioni e delle reiterate censure mosse dalla Commissione il Ministero ha ritenuto che l’unica misura risolutiva per scongiurare un aggravamento della procedura di infrazione, con una eventuale conseguente decisione di ricorso dinanzi alla Corte di giustizia, fosse la soppressione della lettera c) dell’articolo 2, comma 2 del D.M. n. 47/2016.
Pertanto veniva presentato ante la sezione Consultiva del Consiglio di Stato schema di decreto ministeriale recante: “Regolamento concernente modifiche al decreto del Ministro della giustizia 25 febbraio 2016, n. 47, recante disposizioni per l’accertamento dell’esercizio della professione forense”, su cui i giudici di Palazzo Spada davano parere favorevole, allineandosi con l’orientamento prospettato dalla Commissione Europea, ritenendo quindi opportuna l’abrogazione della norma contestata.
Il Consiglio di Stato ribadiva, comunque, che con la nuova formulazione dell’articolo 2, comma 2 del D.M. n. 47/2016, non risulta compromessa la tutela dei destinatari dei servizi, in quanto permane comunque l’obbligo di seguire corsi di formazione continua ai fini dell’aggiornamento delle competenze.
Ottenuto il parere favorevole del Consiglio di Stato, il Ministero potrà continuare l’iter di riforma della norma che, ad onor di cronaca, secondo i dati raccolti presso i vari Consigli dell’Ordine territoriali, non ha mai trovato reale applicazione, molto probabilmente per l’eccessiva sproporzionalità delle disposizioni.

Lascia un commento