Consiglio di Stato 28.08.2020 n. 5288

La variante in corso d’opera presuppone un progetto assentito che non può indentificarsi in quello per cui si è chiesto contemporaneamente la sanatoria, stante la riscontrata illegittimità del progetto originario.
Questo è quanto statuito dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 5288 del 28.08.2020. Il principio stabilito dal CGA trae origine da un appello avverso ad una sentenza del TAR per l’Abruzzo che aveva accolto la domanda di annullamento di un provvedimento concernente contestuale sanatoria e variante in corso d’opera relativi ad interventi sullo stesso immobile.
L’appellante, proprietaria di una terreno nel comune di Colonnella sul quale ha edificato un complesso immobiliare giusta permesso di costruire, ha impugnato la sentenza del TAR per l’Abruzzo evidenziava che le variazioni al progetto originario, compresa la rettifica della superficie del lotto, le conseguenti riduzioni delle superfici edificabili e le modeste modifiche della sagoma dell’edificio, avrebbero dovuto essere considerate sia singolarmente, sia nel risultato complessivo dell’organismo edilizio, qualificandosi come varianti comuni e, perciò, in parziale difformità al progetto ed al permesso originari, sia nel profilo oggettivo ed ontologico, sia nel profilo ed agli effetti giuridici.
Per tali ragioni, il provvedimento non sarebbe stato illegittimo, come dichiarato in primo grado, sia per quanto riguarda il rilascio del permesso in sanatoria sia per quanto riguarda il rilascio della variante in corso d’opera. I giudici di Palazzo Spada, dopo una lunga e complessa ricostruzione dei fatti (resa ancor di più ardua sia dal lasso di anni entro cui si dipana la vicenda sia dalla poco chiare riproposizioni di parte), affrontano e delineano i confini normativi degli istituti coinvolti e respingono le richieste dell’appellante.
I motivi di rigetto si riscontrano sia nei dati fattuali della vicenda, ovvero l’insanabilità delle opere, realizzate su sedime non di proprietà, tanto che la sanatoria aveva un’efficacia espressamente condizionata alla demolizione di parte di esse; l’impossibilità di agire in variante rispetto ad una progettualità non assentita, in quanto difforme da quella di cui al permesso edilizio originario, che teneva conto di indici di edificabilità calcolati in base ad una superficie complessiva, poi riscontrata non corrispondente al vero (mq. 3.052, laddove quella effettiva era pari a mq. 2.669).
Sotto il profilo di diritto, il Collegio giudicante ha chiarito che l’istituto dell’ accertamento di conformità, o sanatoria ordinaria, di cui all’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001 (ma ancor prima in quella dell’art. 13 della l. n. 47/1985), opera nei casi concernenti la legittimazione postuma dei soli abusi formali, cioè di quelle opere che, pur difformi dal titolo (od eseguite senza alcun titolo), risultino rispettose della disciplina sostanziale sull’utilizzo del territorio, non solo vigente al momento dell’istanza di sanatoria, ma anche all’epoca della loro realizzazione.
Circostanze queste non accertate nella fattispecie oggetto dell’intervento del Consiglio di Stato. Ed ancora, i giudici di secondo grado hanno evidenziato che variante in corso d’opera costituisce invece una modalità per adeguare un progetto in itinere prima della chiusura dei lavori ad esigenze pratiche riscontrate in corso di esecuzione e che possono considerarsi “varianti in senso proprio” soltanto quando il progetto originale non venga comunque radicalmente mutato nei suoi lineamenti di fondo, sulla base di vari indici quali la superficie coperta, il perimetro, la volumetria.
Interventi che vadano a modificare in maniera radicale sul progetto, determinando modifiche sostanziali di parametri urbanistico-edilizi del progetto o mutamento delle caratteristiche dell’intervento edilizio assentito sono da considerarsi variazioni essenziali che necessitano di apposito titolo abilitativo (permesso di costruire) che in assenza del quale determina l’applicazione della sanzione della demolizione dell’opera.
Delineati i confini degli istituti coinvolti, il CGA ha ritenuto che l’opera realizzata costituisse un organismo edilizio totalmente diverso da quello assentito con il permesso di costruire del 2004, per cui da considerare interamente abusivo, ai fini della sanatoria ex art. 36 DPR 380/2001 (relativa solo ad abusi formali e non sostanziali come nel caso del complesso edilizio in oggetto); dall’altro, la variante, se circoscritta alla sola parte ancora da realizzare, veniva ad innestarsi non sulla progettualità originaria, ormai completamente disattesa, ma su quella che si è chiesto di sanare, ovvero su un titolo incerto e comunque inesistente al momento della presentazione dell’istanza.
Appare opportuno, infine, richiamare la natura del cosiddetto atto plurimo, definibile come quel provvedimento che in un unico contesto riunisce più atti, riguardanti cose, attività o rapporti singolarmente determinati, che conservano la loro autonomia e finalità, con la conseguenza che l’invalidità di uno di questi si riflette sui restanti atti.
Orbene, il provvedimento oggetto dell’analisi del CGA presentando in unico atto il rilascio di una sanatoria e di una variante in corso d’opera è da ritenersi inefficace posto che la variante in corso d’opera presuppone un progetto assentito che non può indentificarsi in quello per cui si è chiesto contemporaneamente la sanatoria, stante sia la riscontrata illegittimità del progetto originario sia l’inesistenza del titolo al momento della presentazione dell’istanza.
Per tali ragioni il Consiglio di Stato confermava la sentenza di primo grado che già aveva riconosciuto l’illegittimità del provvedimento impugnato e condannava l’appellante al pagamento delle spese di giudizio.
Data la lunghezza e complessità della sentenza in commento, si rimanda alla consultazione della stessa attraverso il link al sito istituzionale del Consiglio di Stato.
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