Consiglio di Stato 4 dicembre 2020 n. 7701

L’inizio dei lavori deve essere valutato con specifico riferimento all’entità e alla dimensioni dell’intervento edilizio programmato al fine di accertare l’effettivo intendimento del titolare del permesso di procedere alla costruzione.
Questo è quanto statuito dal Consiglio di Stato con la sentenza del 4 dicembre 2020 n. 7701 in materia di decadenza del permesso di costruire.
Il principio è tratto da un procedimento ante il C.d.S. originato dal ricorso del Comune di La Spezia per la riforma della sentenze del Tribunale amministrativi regionale per la Liguria concernente la dichiarazione di decadenza di un permesso di costruire.
In primo grado, infatti, veniva impugnato e chiesto l’annullamento di due provvedimenti del comune di La Spezia, recanti la dichiarazione di decadenza, per mancato inizio di lavori entro l’anno e adozione di variante di P.u.c., recante una disciplina urbanistica incompatibile, dei permessi di costruire rilasciati per la realizzazione di due costruzioni su terreni limitrofi e con opere di urbanizzazione condivise.
Il T.a.r. Liguria accoglieva il ricorso di primo grado ritenendolo fondato sotto l’assorbente profilo del palese difetto di istruttoria e del travisamento dei fatti acquisiti. Infatti, secondo il giudice di prime cure non erano stati effettuati nè un sopralluogo diretto e completo da parte del comune né era stato valutato uno degli interventi previsti dal progetto, ovvero la demolizione di manufatto presente nell’area dei lavori, intervento comunicato al comune.
Il Comune di La Spezia, soccombente, proponeva appello affidandolo a quattro motivi:
I) il T.a.r. non avrebbe considerato che, di fronte alla contestazione del mancato tempestivo inizio dei lavori, spettava al ricorrente dimostrare l’impossibilità di avviare i lavori per il ritardo nel rilascio dell’autorizzazione idrogeologica, tanto più che lo stesso ricorrente aveva richiesto, alla competente Amministrazione provinciale, di interrompere l’iter del relativo procedimento;
II) il T.a.r. avrebbe ingiustificatamente non aderito alla richiesta istruttoria avanzata dal Comune nell’impossibilità di acquisire documentazione in possesso della Provincia e non avrebbe considerato la mancata presentazione di istanza di proroga del termine d’inizio dei lavori;
III) il T.a.r. avrebbe erroneamente valorizzato la circostanza della demolizione di un manufatto insistente sull’area, sia perché di dimensioni molto modeste e di natura precaria, sia perché nemmeno contemplato dagli atti progettuali;
IV) il T.a.r. non avrebbe, infine, considerato che ai fini dell’intervento della nuova disciplina urbanistica di carattere ostativo è sufficiente la sola adozione delle relative previsioni se, come nel caso di specie, accompagnata dalle misure di salvaguardia; poiché per giunta a queste ha fatto séguito l’approvazione della nuova disciplina urbanistica senza che le opere siano mai state iniziate, il ricorso di primo grado sarebbe da dichiarare inammissibile per difetto d’interesse.
Il Consiglio di Stato, esaminati gli atti, passava all’analisi dei motivi di gravame ritenendo, in particolare, di trattare congiuntamente i primi due motivi di impugnazione.
In primo luogo, i giudici di secondo grado puntualizzavano che, per quanto riguarda il momento di decorrenza del termine annuale di decadenza del permesso, esso coincida con la materiale “consegna” del titolo al suo beneficiario (che sia per notifica, comunicazione o altra modalità), così come ribadito da costante giurisprudenza dello stesso C.d.S..
Nella vicenda in esame, i giudici rilevavano che tale momento coincide con il ritiro dei titoli da parte degli appellati nel 2011. I giudici, continuando l’analisi dei fatti, rilevavano che il comune effettuava un sopralluogo nella proprietà degli appellati e constatavano che nessuna modifica dello stato dei luoghi fosse intervenuta, circostanze evidenziate nei provvedimenti impugnati.
Ed ancora, veniva evidenziato come gli appellati non avessero inviato per tempo la richiesta di proroga del termine di inizio dei lavori prevista dalle norme regionali in materia. Infatti, sul punto, la giurisprudenza del Consiglio afferma che eventuali circostanze sopravvenute che possano determinare un ritardo nell’inizio dei lavori o della loro fine devono essere sottoposti al P.A. e valutati da questa ai fini dell’accoglimento di una proroga.
Per quanto attiene il terzo motivo, ovvero l’erronea valutazione del giudice di primo grado della demolizione di un manufatto insistente sull’area quale intervento di inizio dei lavori, il C.d.S. rilevava come il manufatto demolito fosse di piccole dimensione e come fosse irrilevante ai fini della realizzazione del progetto.
Infatti, secondo i giudici del gravame l’inizio dei lavori deve essere valutato con specifico riferimento all’entità e alla dimensioni dell’intervento edilizio programmato al fine di accertare l’effettivo intendimento del titolare del permesso di procedere alla costruzione. In altre parole, l’inizio dei lavori deve essere accompagnato sia da meri interventi preparatori del cantiere sia da interventi tali da determinare, da una parte, una significativa ed evidente modifica dello stato dei luoghi, dall’altra, una manifesta intenzione del titolare del permesso di dare corso al progetto autorizzato.
Il quarto motivo di gravame veniva considerato assorbito dagli effetti del mancato inizio dei lavori accertato dal comune secondo quanto disposto sia dell’art. 15, comma 2, D.P.R. 380/2001 e dalle disposizioni urbanistiche del comune di La Spezia.
Alla luce di quanto sopra, il Consiglio di Stato accoglieva il ricorso del Comune di La Spezia e riformava la sentenza impugnata.

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