Consiglio di Stato 07/09/2020 n. 5393

L’autorità preposta alla tutela del vincolo sarà sempre chiamata a valutare l’effettiva consistenza e la localizzazione dell’intervento oggetto di richiesta, al fine di confermare o escludere la concreta compatibilità dello stesso con i valori tutelati nello specifico contesto di riferimento, non potendosi ritenere sufficiente il generico richiamo all’esistenza del vincolo.
Questo è quanto statuito dal Consiglio di Stato in un recente arresto giurisprudenziale in ordine la differenza tra il contenuto delle valutazioni di natura paesistico-ambientale e quelle di carattere urbanistico-edilizio. Il principio stabilito dal CGA trae origine da un appello avverso ad una sentenza del TAR per la Campania, in accoglimento dei motivi aggiunti all’originario gravame, annullava la disposizione dirigenziale del Comune appellante contenente il diniego all’autorizzazione edilizia per la realizzazione di due box auto interrati.
In particolare, il Comune adduceva ante il CGA l’erroneità della sentenza di primo grado, sotto il primo profilo, per la mancata valorizzazione della insistenza delle opere in zona a vincolo ambientale, giusta il d.m. 24 gennaio 1953, emesso ai sensi dell’art. 157 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, Codice dei beni culturali e del paesaggio, ed in zona “P1” di protezione integrale dal piano territoriale paesaggistico (P.T.P.) di Posillipo. Sotto altro profilo, per applicabilità del regime di favore di cui all’art. 9 della l. n. 122/1989 anche in deroga a disposizioni di natura “tecnica”.
Il CGA, ricostruita la vicenda sotto il profilo dei fatti, ha dapprima chiarito la differenza tra il contenuto delle valutazioni di natura paesistico-ambientale e quelle di carattere urbanistico-edilizio, affermando che pur esprimendosi i due apprezzamenti sullo stesso oggetto, l’uno ha riguardo, appunto, alla compatibilità paesaggistica dell’intervento edilizio proposto, laddove l’altro ne verifica la conformità urbanistico-edilizia.
Seguendo un ormai ben delineato orientamento giurisprudenziale, i giudici del gravame hanno ribadito un fondamentale principio secondo cui i provvedimenti di diniego al titolo abilitativo, comportando una contrazione dello “ius aedificandi”, necessita di una circostanziata motivazione, esplicativa delle reali ragioni impeditive, da individuarsi nel contrasto del progetto presentato con specifiche norme urbanistiche, esplicitamente indicate e, quindi, deve evidenziare compiutamente e in modo intelligibile le ragioni per le quali sussiste la ritenuta difformità urbanistica.
Ciò ha indotto il CGA, nella statuizione in esame, ad affermare che l’autorità preposta alla tutela del vincolo sarà sempre chiamata a valutare l’effettiva consistenza e la localizzazione dell’intervento oggetto di richiesta, al fine di confermare o escludere la concreta compatibilità dello stesso con i valori tutelati nello specifico contesto di riferimento, non potendosi ritenere sufficiente il generico richiamo all’esistenza del vincolo.
Per tali ragioni, la Corte ha ritenuto infondato e pertanto respinto e e, per l’effetto, confermato la sentenza del T.A.R. per la Campania, condannando il Comune appellante al pagamento delle spese di giudizio.

In basso il link alla sentenza:
https://www.giustizia-amministrativa.it/portale/pages/istituzionale/visualizza

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