Rimborsi bolletta dell’acqua: casi e presupposti

Una delle spese mensili per ogni famiglia è certamente il pagamento della “bolletta” dell’acqua. Quest’ultima, infatti, è il mezzo con cui i gestori dei servizi idrici riscuotono la cosiddetta tariffa del servizio idrico.
La somma che paga l’utente, però, comprende non solo la voce consumi, ma anche altre diverse quali: servizio acquedotto, canone di fognatura, canone di depurazione, quota fissa (o ex nolo contatori), componenti di perequazione e Iva.
Secondo una recente rilevazione del Sole24ore li voce che incidono maggiormente sul costo da pagare non sono quelle riferibili al mero consumo dell’utente, bensì quella relativa al servizio di acquedotto, seguita da quella per depurazione e fognatura e quota fissa. (fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/acqua-bollette-piu-salate-2020-frosinone-prato-ecco-10-capoluoghi-le-tariffe-piu-care-AE57sSQ)
La tariffa del servizio idrico (criteri di calcolo, voci che la compongono, metodi di riscossione) è disciplinata dagli artt. 13, 14 e 15 della legge 5 gennaio 1994, n. 36. Su uno di questi articoli, in particolare sull’art. 14, si è espressa la Corte Costituzionale.
La Corte, infatti, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della disposizione in parola nella parte in cui rendeva obbligatorio per l’utente il pagamento del canone di depurazione anche nelle ipotesi in cui in cui sistema fognario del proprio comune fosse sprovvisto di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi.
Per effetto di tale pronuncia, il legislatore ha previsto (vedi D.L. 30 dicembre 2008, n. 208, convertito in legge 27 febbraio 2009, n. 13) che i gestori del servizio idrico integrato provvedano anche in forma rateizzata, entro il termine massimo di cinque anni restituzione della quota di tariffa non dovuta riferita al mancato esercizio del servizio di depurazione per le suddette ipotesi. Dall’importo da restituire vanno dedotti, però, gli oneri derivati dalle attività di progettazione, di realizzazione degli impianti o di completamento degli impianti avviate.
Pertanto, alla luce di tali disposizioni, l’utente che si trovi nelle ipotesi di cui sopra (mancanza del depuratore nel proprio comune o temporanea inattività del depuratore) può chiedere formalmente il rimborso della quota di tariffa riferita al servizio di depurazione. È bene precisare che il rimborso si riferisce a tutto il periodo in cui il servizio di depurazione non è stato operato o comunque inattivo.
Sul rimborso dei canoni di depurazione, la giurisprudenza ha avuto modo, più volte, di chiarire il significato della locuzione “temporaneamente inattivi” usata dal legislatore per identificare uno dei casi che danno diritto a tale rifusione.
In particolare, la Corte di Cassazione ha affermato che all’esito dell’intervento della Corte costituzionale, ciò che ha reso indebita la richiesta di pagamento della tariffa per depurazione acque, nell’ambito del contratto di utenza relativo alla fruizione del servizio idrico, è, indifferentemente, la “mancanza” degli impianti di depurazione, ovvero la loro “temporanea inattività”.
Quest’ultimo caso, non deve intendersi non solo come il “fermo” dell’impianto volontariamente disposto (qualunque ne sia la ragione) dal gestore, ma anche come l’assoluta inefficienza dell’impianto, e quindi la sua inidoneità al funzionamento.
Per i giudici di legittimità, una siffatta interpretazione appare più aderente alla ratio stessa della pronuncia della Corte Costituzionale, ovvero, che in caso di mancata fruizione del servizio di depurazione sia per mancanza degli impianti sia per un temporaneo fermo degli impianti sia per l’inefficienza degli impianti viene meno il rapporto sinallagmatico del rapporto tra utente e gestore determinando uno squilibrio economico tra le parti per la mancanza di una delle controprestazioni ( Cass. Civile 11.02.2020, n. 3314 e Cass. Civile 18 aprile 2018, n. 9500)
Per tale ragione, la prova della funzionalità del servizio non ricadrà sull’utente ma sull’ente gestore che dovrà dimostrare che alla prestazione del cliente (ovvero il pagamento delle somme) è corrisposta la controprestazione del servizio, ovvero la piena funzionalità ed efficienza degli impianti (Trib. Potenza 18.03.2021, n. 307).
In un’ultima analisi, è bene ricordare che, in caso di controversia tra utente e gestore del servizio idrico, non sussiste alcuna condizione di procedibilità di un’azione giudiziale volta al recupero dell’eventuale indebito pagato per i casi di mancata fruizione del servizio di depurazione.
Infatti, la Corte di Cassazione ha statuito che deve escludersi la possibilità di interpretare come introduttiva di una condizione di procedibilità della domanda restitutoria la previsione (di cui del D.L. n. 208 del 2008, art. 8-sexies, comma 2, convertito in L. n. 13 del 2009) secondo cui i “gestori del servizio idrico integrato provvedono anche in forma rateizzata, entro il termine massimo di cinque anni, a decorrere dal 1 ottobre 2009, alla restituzione della quota di tariffa non dovuta riferita all’esercizio del servizio di depurazione”.
La norma, per i giudici di legittimità, va piuttosto interpretata nel senso che i gestori possono dilazionare fino a cinque anni la restituzione, non solo erogando l’importo in forma rateale, ma eventualmente – come è tipico dei contratti di fornitura – di parziale compensazione con l’importo, comunque, dovuto per il complessivo servizio assicurato.
Pertanto, sarà diritto dell’utente poter verificare la situazione relativa al servizio di depurazione, verificare se questo è accreditato sulla propria bolletta e poter richiedere il rimborso al gestore se sussistono i casi sopraindicati. Se il rimborso fosse dovuto, ma venisse rifiutato è naturalmente possibile agire in giudizio per ottenerlo.

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